
Quello estivo – passatemi il calembour – è un periodo molto caldo per l’ICT.
Infatti in queste settimane si susseguono a ritmo serrato tutta una serie di iniziative e convegni che hanno come oggetto il mercato italiano delle tecnologie della comunicazione.
La cosa è molto importante perchè molto spesso in queste analisi si fa il punto su alcuni temi emersi nei mesi scorsi e si anticipano i problemi che verranno affrontati a partire da settembre.
Oggi a Roma è stato presentato il 2° Rapporto di Federcomin sull’E-content, uno degli strumenti più importanti per capire dove sta andando il mercato dei contenuti digitali in Italia. Come sempre interessantissimo parterre e interventi tutti di buon livello moderati da Antonio Calabrò (giornalista, APCom).
Piccola riflessione: è sempre molto istruttivo sentire parlare di questi argomenti chi per un motivo – content provider, telco – chi per un altro – AGCom, Federcomin – è chiamato tutti i giorni a confrontarsi con questi problemi.
Piccolo disclaimer anglosassone: prima i fatti – resoconto degli interventi – poi le opinioni – personali del sottoscritto.
Gli interventi
L’apertura – come d’obbligo – è toccata ad Alberto Tripi (Federcomin, presidente) che ha inaugurato i lavori facendo presente che le stime prevedono una crescita di questo mercato fino a 5 miliardi di euro ma che bisogna stare attenti perchè una crescita repentina non degeneri in una situazione da far west normativo.
A Giancarlo Capitani (Netconsulting, amministratore delegato) il compito di illustrare i risultati. La parola chiave è stata convergenza, in quanto è questa la nuova sfida che si trovano ad affrontare gli operatori di questo mercato.
I tre elementi che hanno definito il campo di questo rapporto sono stati:
-
1. Le tecnologie: banda larga, DVBH e altri device (come le consolle portatili)
2. L’offerta: oltre a quella tipica, si sono inserite anche il contenuto per adulti, il gambling online e il gaming online (i MMORPG per intenderci)
3. Nuovi modelli di business: pubblicità online (che gode di un periodo di crescita anche in Italia) e modelli pay legati al DTT
Poco più di una citazione è stata destinata al consumatore, ormai considerato soggetto attivo a tutti gli effetti, soprattutto grazie all’emergere di quel nuovo stile di vita chiamato digital lifestyle e digital workstyle (Jobs docet).
Sul versante dei contenuti, chi ha avuto una crescita assolutamente esponenziale e si sono stabilizzati nei consumi sono sicuramente la banda larga (anche se la penetrazione in Italia è un po’ a macchia di leopardo) , la musica online (vero contenuto premium di questo mercato) e le news, che stanno godendo di un periodo di crescita piuttosto buono.
Per quanto riguarda gli operatori, i trend del 2005 sono diventate situazioni stabili del 2006: se le telco sono forti sui contenuti generalisti (in virtù della loro “vicinanza” con il consumatore), i content provider sono forti sui prodotti per cui c’è una richiesta da parte del consumatore (come la musica) anche se il mercato deve rafforzarsi dato che solo il 15,8% è rappresentato da contenuti italiani.
Le tendenze identificate sono: il settore continuerà a crescere fino a tutto il 2006; musica, news, e mobile-TV saranno sempre più presenti nei consumi digitali; buone prospettive anche per IPTV, DTT, mentre sul versante entertainment diventeranno sempre più forti i MMPORG (per intendersi: tipo World of Warcaft o Second Life).
Questo mercato però per crescere senza problemi è chiamato a fronteggiare delle minacce: la prima è senza dubbio la necessaria penetrazione delle infrastrutture (broadband, ma anche DTT), secondo poi nuove forme di tutela del copyright sono assolutamente necessarie. Alcune azioni identificate potrebbero essere: la diffusione di sistemi DRM aperti ma soprattutto far emergere il file sharing dalll’illegalità (con buona pace per ciò che è accaduto con Tiscali Jukebox).
Passando al giro dei commenti, una riflessione molto interessante è stata sollevata da Pietro Guindani (ASSTEL, presidente) che ha sottolineato come dal rapporto emerga che il ruolo del valore del content dipende anche dalla posizione che i player hanno sul mercato. Rapido esempio: il valore della musica online spesso si concentra nelle mani delle major.
Quello su cui c’è da lavorare – sempre secondo Guindani – è il rapporto fra operatori rispetto ai contenuti. Attualmente i modelli sono di tipo aperto – multipiattaforma/multiformato – nel senso che lo stesso contenuto può essere veicolato su diverse piattaforme da diversi operatori. L’altro modello chiuso – singolo contenuto/singola piattaforma – è meno auspicabile perchè potrebbe ingessare alcuni segmenti di mercato. Ovviamente sarà il mercato (e il regolatore) a muoversi in tal senso, poichè alcuni casi sono molto delicati: emblematico in questo senso la questione dei diritti del campionato di calcio.
A questo punto una provocazione: se esistono consorzi per la vendita di diritti collettivi, cosa vieta la creazione di consorzi per l’acquisto di diritti? E da qui la seconda riflessione: questi ipotetici consorzi dovrebbero essere multipiataforma o no?
Altri punti su cui lavorare: la tutela del copyright- immancabile – e qui le telco possono avere un ruolo chiave sia nel prevenire la pirateria sia nell’immaginare nuove strategie per l’emersione del file sharing da legale a illegale. Accanto a questo anche la questione della tutela dei minori che oltre ad essere un fattore etico molto importante è un fattore commerciale strategico per far si che la rete non sia fonte di problemi per il consumatore. Qui alcune citazioni sulla possibilità di sistemi di rating di contenuti che potrebbero associarsi a sistemi di controllo (l’esempio accennato è sui videogiochi).
Futuro: migliorare e rinsaldare i rapporti fra produttori di contenuti.
Alberto Tripi ha rinforzato la questione del consumatore con la seguente riflessione: questo è un customer driven market (AKA guidato dal consumatore) ma il vero problema è che le esigenze del cliente non possono essere previste dato che le scelte di consumo sono guidate da mode, stili, tendenze.
Rapido l’intervento di Ennio Lucarelli (AITech-Assinform, presidente) che ha evidenziato come le caratteristiche dell’informatica italiana sono: massima importazione di HW e SW di base, buona produttività nel SW applicativo e di servizio (leggi: prodotti/servizi della telefonia mobile) e cronica mancanza di ricerca sul prodotto. Situazione aggravata dalle piccole dimensioni delle aziende del comparto: circa 10 dipendenti in media.
Fuori programma un intervento di un “grande vecchio” dell’IT italiana e attuale presidente Fedoweb, Elserino Piol.
Con il buonsenso che lo caratterizza (basta leggersi le sue interviste che appaiono spesso su Media 2000), Piol ha convenuto con i partecipanti dell’importanza dei nuovi mercati come quello della pubblicità online, ma il vero problema è definire quali siano i confini del mercato dato che spesso sono sfumati.
Stoccata verso l’ottimismo della presentazione di Capitani: la situazione dell’ICT italiana è meno rosea di quella illustrata. Basta guardare la presentazione del recente rapporto Assinform – sempre curata da Netconsulting – dove si vede che l’informatica corporate non cresce, pur essendo un elemento di vantaggio competitivo tutt’altro che secondario. L’unica a crescere è quella che lui stesso chiama l’informatica personale, ovvero i consumi dell’individuo. Ma per il comparto ciò non può bastare.
Stoccata verso il blando moralismo anti-pirateria circolante: in tutti i sistemi “un pò di peccato fa bene” (cito e memoria). Infatti ricorda il caso della Microsoft che grazie alla diffusione delle copie pirata del sistema operativo è riuscita a diventare lo standard che conosciamo e il cui circolo virtuoso innestato dalla pirateria del sistema operativo è “matematicamente dimostrabile”.
Appunto personale: questa posizione mi ricoda molto quella espressa da John Perry Barlow sull’economia delle idee.
Critico anche il discorso di Filippo Rebecchini (FRT, presidente) che ha iniziato dicendo che in Italia di DTT si parla solo in termini di polemica (si riferisce alla questione dei contributi statali al decoder digitale) ma la realtà concreta è piuttosto stagnante: switch over sempre più lontano nel tempo (anche per quanto le regioni pilota di Sardegna e Valle D’Aosta), pochi contenuti realmente pensati per la piattaforma, mancata voglia di “switchare” da parte degli operatori televisivi. Tra l’altro mentre in Europa la Pubblica Amministrazione spinge per l’adozione del DTT, in Italia no.
La situazione viene descritta in citando il caso seguente come emblematico della situazione: il piano delle frequenze digitali del 2003 non è stato mai attuato.
Non si sottrare dalla polemica anche Stefano Mannoni (AGcom) intervenuto al posto di Corrado Calabrò (AGCom, presidente). A suo avviso c’è una vera e propria pigrizia negli investimenti sul digitale terrestre da parte dei gruppi della carta stampata che non vogliono acquistare le licenze che sono state loro regalate (leggi: date a prezzi di mercato bassi) dagli operatori televisivi.
Una ulteriore criticità identificata: il 70% del valore della catena dell’e-content va nelle tasche delle telco, e questo sicuramente non aiuta gli incumbent (ovvero chi entra nel mercato) che comunque spesso sono molto esigenti tanto da accettare a fatica alcune decisioni dall’Autorità.
Chiusura sulle norme antitrust: è vero che devono essere varate norme severe, ma tali norme non devono essere tali da tarpare le ali agli operatori italiani che devono contrattare spesso con le major USA, che si muovono – per motivi di mercato, di economia di scala e altro – con una posizione di forza rispetto alle imprese italiane del settore.
Come previsto ha chiuso il convegno Paolo Gentiloni (Ministro delle Comunicazioni).
Anch’egli insiste sulla convergenza come parola chiave, soprattutto facendo notare come i nuovi media non scalzeranno i vecchi media ma anzi ci sarà un lungo periodo di coabitazione. A mio avviso una posizione molto “Remediation”.
Nel momento in cui si parla di King content (si riferisce a un rapporto apparso sull’Economist) bisogna intervenire su due minacce.
La prima è quella oligopolistica: la competizione dei nuovi media sulla scena globale porta il rischio dell’omologazione al ribasso dei contenuti. Questo è vero ma non sempre – aggiunge – basta pensare a realtà produttive come l’India dove emerge una produzione di contenuti di tipo glocal (credo si riferisca alla famosa Bollywood).
La seconda minaccia è l’equilibrio produttori/distributori: bisogna creare le condizioni per cui i produttori di contenuti abbiano più forza e tutela. Anche se bisogna stare attenti su alcuni casi specifici come i diritti televisivi sul calcio (citati per la seconda volta).
Interessante l’apertura fatta da Gentiloni nei confronti del Ministro della Cultura Francesco Rutelli, rispetto alla necessità di studiare congiuntamente queste problematiche dato che il contenuto non è solo mercato ma anche cultura.
Riflessioni mie
Alcune cose mi hanno portato a pormi delle domande.
1. L’importanza di consumatore. Mi sembra che tutti ne parlano e nessuno lo ascolti. Ricerche, studi, analisi: poche, ma ne esistono. A mio avviso il governo dovrebbe promuovere queste attività per studiare la domanda di contenuti e non solo l’offerta (attenti: Cicero pro domo sua).
2. Crescita della mobile TV. Interessante ma poco credibile: i contenuti per questo nuovo medium non ci sono, perchè non si può credere che basta mettere su uno schermo da 2 pollici i gol del campionato (qualunque esso sia) e i video musicali per far si che il mercato decolli. Meno che mai i film. Parafrasando una pubblicità: no content, no market.
3. File sharing e pirateria. Più volte è emersa l’annosa questione che le persone che scaricano musica su internet non sanno che commettono un illecito oppure che sono convinti che tutto ciò che sta su internet DEBBA essere gratis. a parte il fatto che non è vero, le persone lo sanno benissimo che file sharing=attività illegale, ma ormai la new economy del tutto-gratis-per-tutti è finita da un pezzo e il consumatore lo sa benissimo. Secondo me in questi ambienti ci si dice queste cose per non porsi una domanda diversa e più difficile da rispondere: quali sono i modelli di business del mercato musicale che renderebbero conveniente per il consumatore passare dal file sharing illegale a quello legale?
Se vi va, attendo commenti.
Su tutto.