L’altro giorno osservavo un mio amico molto più giovane di me e molto erudito che leggeva un libro, il Sidereus Nuncius, di quelli prodotti con l’artificio di quel tale Gutenberg: la stampa. Quasi ad ogni pagina, quindi senza pausa, leggeva e rileggeva la grande quantità di parole dal suono volgare che provenivano da quelle fredde lettere figlie del piombo.
Più ancora del loro suono sgraziato e della mancanza di rispetto della retorica classica, si sa la tecnica non concede spazio all’humanitas, mi ha colpito l’assoluta vacuità dei ragionamenti: la natura era qualcosa di calcolabile, priva della luce della grandezza divina e non veniva lasciato nessuno spazio allo splendore del creato. Era come se la stampa meccanica (mai come in questo caso espressione della technè) rendesse artificiose le forme del creato, la bellezza del cosmo, incapace di sondare la grandezza divina. Nessuna sintesi possibile, nessuna sfumatura, zero possibilità che dal gracchiare dei numeri e delle cifre scaturisse una variante dialettica, qualcosa che portasse avanti il sapere dell’uomo, sollevandosi dall’orrido scontro del numero contro la parola, dell’argomentare contro il calcolo.
Poiché non è data cultura senza illuminazione divina, né comprensione senza lo sforzo silente del chierico, la speranza è che quell’oggetto sia, specie per i novizi, solo un passatempo giocoso, come era per gli antichi le vicissitudini degli dei pagani. E che sia altrove, lontano da quell’accozzaglia di parole piombate e numeri, che si impara a conoscere la natura e la scintilla divina del creato. Dovessi fissare con macchina il mio concetto, direi: Galileo mi fa schifo. Fortuna che non leggo Gutenberg.
La domanda che mi faccio è la seguente: come si fa a confondere la forma col contenuto?
Come si fa a criticare Twitter e i tweet?
Come si fa a mescolare Gutenberg e Galileo?
ERRATA CORRIGE
GuteNberg, non GuteMberg
PS: Grazie Leo 🙂
UPDATE
La risposta di Michele Serra
