La cultura dei makers: hackerismo flessibile, taylorismo riflessivo, hardware come app

Qualche giorno fa si è svolto a Roma l’incontro World Wide Rome – The Makers Edition, un evento che ha chiamato a raccolta i cosiddetti makers, ovvero gli hacker dei prodotti.

L’evento ha visto un gran numero di speaker italiani e stranieri.
Guest star senza dubbio Chris Anderson (Direttore di Wired USA e autore del libro/teoria The Long Tail), Dale Dougherty (direttore di Make, la rivista dei costruttori fai da te) e Massimo Banzi (autore del progetto di elettronica open source Arduino) che hanno tenuto alto l’interesse del pubblico per tutta la prima parte della mattinata.

http://www.youtube.com/watch?v=3JUhq_r_J-k

Il pomeriggio non è stato da meno con le storie di makers italiani, un buon numero dei quali usciti dall’ (EX) Interaction Design Institute di Ivrea (dove – per inciso – anch’io ho tenuto un seminario molti anni fa)
🙂

Le storie interessanti erano tantissime e per tutti i gusti.
Chi aveva fuso il suo interesse con le tecniche di tessitura e il metallo creando materiali innovativi (Riccardo Marchesi, Plugandwear), chi aveva vinto ad un quiz televisivo (L’Eredità di Carlo Conti/Raiuno) e  con i soldi ha fondato una società assieme ad un sociologo ed un ingegnere che offre a chiunque servizi di taglio laser (Vectorealism), chi entusiasmato dall’idea di artigiano tecnologico ha messo in piedi un gruppo che connette i makers italiani (Giovanni Re), chi facendosi forte dell’esperienza di critica sociale e culturale di Serpica Naro ha creato una società in cui i cartamodelli dei vestiti si possono scaricare, modificare e commercializzare come un qualsiasi prodotto open source (Zoe Romano, Openwear.org), chi fa da animatore a Torino di un Fablab, ovvero i luoghi dove fare le cose in maniera collaborativa (Enrico Bassi, Fablab Italia).

Ma anche progetti di futuro estremo, visionario e cyberpunk.
Ingegneri robotici che si mettono a costruire stampanti di case 3D che al momento stampano scogliere coralline  e oggetti biomorfi per artisti (Enrico Dini, D-Shape) oppure chi si è messo a costruire stampanti 3D su un progetto open source (il progetto Rep Rap) di stampante tridimensionale (Lorenzo e Luciano Cantini, Kent’s Strapper).

Ma anche l’arte ha avuto una sua rappresentanza.
Come il giovane violinista (Sebastiano Frattini) che si è esibito con un violino prodotto da una stampante 3D, o il filmaker che ha raccontato il suo documentario sulla Olivetti (Paolo Ceretto) o chi ha provato a fare una visione ottimistica della nuova imprenditorialità (Roberto Bonzio).

Senza dimenticare i progetto più mainstream (?) rispetto al Web 2.0.
Un sistema per facilitare l’internet of things (Andrea Piras e Antonio Pintus, Paraimpu), una piattaforma per il crowdfounfing di progetti culturali (Chiara Spinelli, Eppela), un market placement ispirato e basato sui social media (Alberto D’Ottavi, Blomming).

Tutto condito da una serie di analisi di questo strano sistema: Anderson e Dougherty, senza dubbio, ma anche Alberto Cottica e Salvo Mizzi che ha annunciato la fase due del progetto Working Capital: Accellerator

 

Lascio il resoconto della giornata a giornalisti, blogger e sicuramente l’imponente traffico di meassi twitter con l’hashtag: #makers12, #worldwiderome, #WWR.

Io provo a fare un’analisi di questo strano tessuto socio-tecnico, che per comodità chiamerò mondo.
Questo mondo si sorregge su tre componenti: le persone, l’organizzazione, l’energia.

Persone: l’hackerismo flessibile
La prima cosa che  salta agli occhi è l’organizzazione sociale di questa cultura.
Non sono innovatori in senso stretto, o meglio come vogliono le teorie dell’innovazione, ma si comportano come tali.
In realtà sono hacker.
Il termine hacker lo considero in senso deontologico e in senso culturale.
Deontologico: l’etica è quella che la tecnologia deve essere accessibile a chiunque, il progetto dell’open source deve andare al di là del software ma impattare sui mezzi di produzione (le stampanti 3D) o la componente progettuale (i cartamodelli open source, oppure i Fablab).
Culturale perchè si innova sporcandosi le mani dentro la tecnologia: quindi arduino, l’interaction design.
D’altronde il personal computer è nato perchè un gruppo di pazzi voleva averne uno a casa per farci di tutto,  ma all’epoca i computer erano bestioni acquistabili solo dalle multinazionali.

Organizzazione: un taylorismo globalizzato e riflessivo
L’economia è presente in questo mondo nella forma di un taylorismo globalizzato e riflessivo.
Mi spiego.
Il mercato verso il quale si aprono questa categoria imprenditoriale è quello di un mondo davvero globale in cui internet è l’interfaccia per agire in un market place in cui si è al contempo produttori e fornitori (un esempio da studiare: Alibaba.com). In pratica io produco un bene per un mercato i cui clienti sono sparsi nel mondo e sono tutti disposti ad acquistare i miei prodotti perché il mondo è sufficientemente grande per accogliere clienti che hanno bisogno dello stampaggio di barriere coralline oppure di cartamodelli open source oppure di web service che semplificano la progettano dell’internet of things. A mia volta i macchinari di cui ho bisogno sono talmente specifici che mi devo muovere a livello globale per cercare lo strumento che serve a me come una tagliatrice laser o il progetto di una stampante 3D oppure un enorme numero di ugelli tipo inkjet per poter stampare le mie case/barriere coralline.
E’ globalizzazione (il mio mercato è il globo), è Taylor (la divisione del lavoro a livello globale) è riflessività (io sono sia utilizzatore finale che tassello della catena di montaggio globale)

Energia: la visione dell’hardware come app
Per quanto possa sembrare strano, questo mondo funziona e si sorregge, trae la sua energia, grazie alla cultura e all’immaginario che compongono una grande visione.
La cultura è quella dell’open source, ovvero le cose sono fatte per essere accessibili, la tecnologia (anche hardware) deve essere aperta usata modificata e rimessa in ciclo.
L’immaginario è la grande metanarrazione di un mondo che ancora non esiste: un mondo dove chi non ha lavoro invece di essere precario diventa imprenditore di servizi futuribili, un mondo che vede l’esistenza di oggetti concreti stampati e tessuti che funzionano come interfacce touch. Un mondo in cui il sistema produttivo dei beni materiali funziona allo stesso modo dell’ecosistema digitale delle app.
L’hardware come app: è la visione che sorregge questi innovatori e che è stata condensata dalle parole di Anderson  la seconda e terza rivoluzione industriale: democratizzazione degli strumenti di creazione e distribuzione, ovvero gli atomi come bit (stravolgendo l’idea di Nicholas Negroponte).

In sintesi una delle più belle manifestazioni culla cultura digitale a cui ho partecipato nell’ultimo anno: veramente affascinante, frizzante e ricca di idee

16 thoughts on “La cultura dei makers: hackerismo flessibile, taylorismo riflessivo, hardware come app

  1. Bellissima la definizione dei tre elementi. Persone, organizzazione, energia. E’ quello che troviamo in ogni artigiano tecnologico che hai citato nel tuo interessante articolo. Non sono solo elementi moltiplicativi. La rete di relazioni, l’organizzazione, è un elemento esponenziale. Più connessioni ci sono più probabilità avrai di portare alla luce un tuo progetto, un tuo sogno.

    Con l’energia ritrovata potrai creare il tuo lavoro, la tua vita partendo dalla tua passione, il tuo essere makers.

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  3. In der fürs US-amerikanische Fernsehen bearbeiteten Version von 1954 wurde sie in Valerie Mathis
    umbenannt und auch der tragische Aspekt ihres unfreiwilligen Doppelagentendaseins blieb unbeachtet, sodass sie
    und der zu einem CIA-Agenten umgeschriebene Jimmy Bond
    einander in einem typisch amerikanischen “Zelluloid-Happy-End“ in die Arme sinken können. Für die deutsche Synchronfassung wurde The Look
    of Love mit einem deutschen Text versehen und von Mireille Mathieu unter
    dem Titel Ein Blick von dir gesungen. Die Fülle guter Einfälle wird durch
    einen wahren Wust unnötig verwirrender Ausstattungseffekte stark in den Hintergrund gedrängt.

    Aus dem vorhandenen Material musste am Schneidetisch eine stimmige Handlung zusammengeschnitten werden.
    Ähnlich lange ist auch bereits Chris Corbould für die Effekte der Bondfilme zuständig.
    Für den Geheimagenten wurden über 200 Darsteller in Betracht gezogen, darunter die Australier Karl Urban, Sam Worthington und Hugh Jackman sowie der englische Henry Cavill.
    Die Musik schrieb – wie auch bereits für die drei Vorgängerfilme – David Arnold, unterstützt von seinem Orchestrator Nicholas Dodd.

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