Una delle notizie trending topic di Twitter di queste ore è l’hashtag #PaolaFerrari e #QuerelaconPaola.
Cos’è successo?
La giornalista e conduttrice televisiva Paola Ferrari ha deciso di querelare Twitter perché – a suo dire – sarebbe stata pesantemente insultata da diversi messaggi che circolavano nel microblog durante la sua conduzione dello speciale della Domenica Sportiva andato in onda per commentare gli Europei di Calcio 2012.
Lascio la riflessione sulle pericolose conseguenze di una causa fatta in questo modo ad altri autori (consiglio la lettura del post de Il Nichilista).
Quello su cui voglio riflettere è se sia legittimo comunicativamente ed eticamente una tale azione giudiziaria?
La mia risposta è no per tre ordini di motivi: deumanizzazione, documentalizzazione, inadeguatezza .
1. Deumanizzazione
Una delle cose che mi convincono sempre di più è che le persone quando entrano a far parte del circuito televisivo, perdono lo statuto di essere umano e diventano simulacri iconici. Cioè il giornalista televisivo non è una persona, è un oggetto comunicativo, un ruolo informativo, non una persona in senso completo.
Per questo motivo quando si prende in giro – anche pesantemente – il VIP televisivo di turno, non ci si rivolge alla persona, ma all’immagine della persona, al simulacro, all’icona. La persona in TV è bidimensionale, in senso ontologico non in senso mediatico.
Per quanto detto sopra i tweet contenenti la parola “Paola Ferrari” non si rivolgevano alla persona, ma all’icona Paola Ferrari e alle sue specifiche comunicative (la Ferrari è celebre fra i critici televisivi perché si fa riprendere con un enorme fascio di luce bianca avente lo scopo di ridurre le rughe del suo volto: un vezzo che rivela una debolezza perfino tenera)
2. Documentalizzazione
La realtà sociale intorno a noi esiste perché ci sono tracce che ne attestano l’esistenza: le multe, gli scontrini, ecc. E’ la teoria della documentalità del filosofo Maurizio Ferraris. Al momento i pesanti commenti circolanti dentro Twitter sono rubricati nel vaporware, ovvero quelle cose che girano in rete per poi essere dimenticate poche ore dopo. Ma se tu intenti una causa a Twitter, ci sarà un giudice, un processo, un avvocato che produrranno una serie di atti che trasformeranno una vicenda comunicativa in un solido documento. Così diventeranno documenti i tweet degli utenti, le persone che hanno inviato i messaggi, la tipologia degli insulti, il sarcasmo dei messaggini, l’allusione alla debolezza che la Ferrari mostra verso la sua età eccetera eccetera.
Siamo davvero sicuri che valga la pena documentalizzare la vicenda?
3. Inadeguatezza
Esistono vari casi che lo confermano senza ombra di dubbio come ben testimonia lo studio comunicativo del mio amico Stefano Chiarazzo.
I VIP non sanno che pesci prendere con i social media, non ci sono abituati.
Sono passati da un contesto comunicativo broadcast/televisivo (loro parlano e il pubblico ascolta) ad un contesto comunicativo che io nel mio libro ho chiamato socialcast (loro parlano e il pubblico risponde, reagisce, ironizza, inoltra ai propri contatti, ne fa la parodia eccetera).
Querelare Twitter vuol dire non sapere come funzionano i social media e mostrare tutta la propria inadeguatezza comunicativa.
Quanti arbitri conoscete che hanno querelato uno stadio perchè sono stati insultati pesantemente da un gruppo di tifosi facinorosi che hanno mal digerito un rigore o una punizione non data (tanto per restare in ambito calcistico)
Perciò secondo me Paola Ferrari dovrebbe ritirare la querela a Twitter e affidarsi ad una buona società di comunicaizone esperta di online reputation management o social media strategy per combattere sullo stesso terreno.
Sempre che ne valga la pena.
Ricordiamoci dell’effetto Streisand, potrebbe nascere un effetto Paola (no Ferrari, è un brand troppo di valore per l’Italia).
